Shina Lab

An tsaotharlann na Shina

GIORNONUMERONOVE. [9.] Rispetto

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marzo 13th, 2013 Posted 22:13

[9.] Rispetto

Io odio il rispetto.
No, scusa, intendevo dire che odio il non rispetto…

Ah, e tu! Sì, tu… mi hai proprio rotto il cazzo.
Tu che mi pesti i piedi e non chiedi scusa.
Tu che fingi di non vedermi che crollo di stanchezza e ho la caviglia fasciata e mi freghi il posto sulla metro. Zitto zitto, cercando di non farti notare. Ma io ti ho notato eccome.
Tu che, io ho 80 anni, ho fatto la cazzo di guerra mentre tu ancora ti pisciavi addosso nel letto e tu guardi in basso con la musica a tutto volume nelle orecchio e con le chiappe incollate al seggiolino. C’è scritto “Posto riservato, spina!”. Riservato ai matusa decrepiti come me. So che vorresti dirlo mentre mi fissi le scarpe, mentre senti che con gli occhi ti buco la testa.
Tu che mi urti, mi passi avanti e ti constrolli la borsa. cos’è ho la faccia da scippatore, forse? C’ho la faccia del ladro? Ah, no, aspetta, è che sono giovane, non è vero? Già, i ragazzi di oggi tutti droga, sesso e rock’n'roll. Sbaglio o lo dicevano anche negli anni ’60? E già che ci penso, doveva dirlo per forza anche quando eri tu ad essere giovane… cos’è non te lo ricordi già più? Eh, passa il tempo, passa. Poi figurati, se mi permetto addirittura di scusarmi perchè sei tu che mi hai urtato contro allora vorresti mettermi le mani addosso, perchè sicuramente ho ancora in mano il portafogli che t’ho fregato. Furbo sei. Cosa? Vuoi che ti faccia vedere le mani? Accidenti, furbo e malfidato! Ma neanche per sogno. Se proprio vuoi saperlo, il tuo maledetto portamonete me lo sono ficcato nel colon…e no, è inutile che lo rincorri, è già finito bello lontano, non c’arrivi con la mano. E’ scivolato giù che è un piacere, tanto era stretto e duro, che c’erano dentro, gli spicci? Sì, mi sembrava, infatti. Da camparci una vita. Il colpo gobbo, o no? No. Non fa poi così male, in fondo sono abituato a prendere le cose nel… insomma, immagino di essermi spiegato, collega.
Ma sì, insomma, mi hai proprio rotto il cazzo tu che mi fai sprecare tutte queste parole inutili. Inutili quanto un gendarme di vimini che fa la guardia al bioparco. Quello immobile accanto alla gabbia dei pinguini che, passi, e ti regala i palloncini e le treccine di veri capelli africani. Quello che ti guarda con quei suoi occhi bovini, vitrei, con il cappello calcato sulla testa, i movimenti scattosi e i guanti troppo grandi sulle mani. Quello che non ha la bocca il più delle volte. Quello che ti fissa e ti rapisce l’anima. Quello che il più delle volte te la rapisce perché non ha nemmeno un pezzetto in quella sua divisa stretta e larga. Quello che il più delle volte torna a casa per mangiare la sera e trova la moglie a scopare col poliziotto di juta, tutti contenti e rumorosi sul letto ad acqua. Quello che rientra a casa e mangia da solo, infilandosi i sedani dalle orecchie, fissando la carta da parati con i piccoli alamari fioriti con quei suoi occhi pieni e bovini. Quello che fa gocciolare i suoi bulbi di piccole lacrime di perle. Perché una lacrima di un personaggio invisibile come il gendarme di vimini è più preziosa di una delle tue. Una delle mie. Perché lui soffre molto e delira a volte. Come me.

Ahaha… pensavi mi fossi scordato di te? Sì, anche tu mi stai profondamente sul cazzo. Tu che scendi a piedi sulle scale mobili, che vai di fretta e quel “se magari ti levi…” me lo sussurri abbastanza piano da non farti udire, ma abbastanza forte da farmi percepire che tu l’abbia sussurrato. Sappi che, con tanto amore, ti auguro di arrivare il più tardi possibile anzi, di non arrivare mai. Perditi da qualche parte per favore. Ah, e sappi anche un’altra cosa: la scalinata qui a fianco non è rotta, è proprio ferma, costruita apposta per quelli come te che hanno il pepe al culo.
Mi stai sul cazzo tu che ti affretti per salire sulla metro.
Tu che “Il treno sta arrivando fermarsi dietro la linea gialla” e tu tene sbatti, scorrazzando tra la suddetta linea e il baratro delle rotaie. Ti faccio presente, tanto per la cronaca, che il significato della parola dietro è esattamente contrario a quello che il tuo budino cerebrale ha appena percepito.

Mi stai sul cazzo tu che mi fai notare tutto questo.
Mi stai sul cazzo tu che odi tutto questo.
Mi stai sul cazzo tu che odi tutto.

Al mondo non ci sarà mai abbastanza rispetto per tutti quanti. Ci sarà sempre qualcuno destinato a rimanere senza. E allora vi pare giusto? Qualcuno sì e altri no? Insomma, la storia della nostra vita, ma vi pare veramente giusto? No. In effetti no. Allora, al diavolo. Che non ce l’abbia nessuno! La prossima volta che ti incontro te lo dico in faccia che mi stai sulle palle, ti faccio lo sgambetto e ti faccio cadere sulle rotaie, così il tuo bel budino olivastro si spiattellerà tra il brecciolino e la pancia del treno… bello! Ti spingo e ti faccio ruzzolare dalle scale così… crock il tuo collo ci rimette tutte le vertebrine una dopo l’altra. Il portafogli te lo frego davvero, ti strappo quelle dannate cuffiette dalle orecchie e ti ci impicco… maledetta generazione di depravati e alienati che non siete altro, ai-miei-tempi-sulla-metro-si-leggeva-o-si-studiava-e-merdatine-tecnologiche-come-quella-ce-le-sognavamo-e-vivevamo-tutti-bene-lo-stesso!!!

Insomma sì. Penso proprio che sia questa la scelta migliore. Niente più rispetto. Ma chi ce lo fa fare di soffocare questa rabbia dentro e di corroderci gli stomaci e i fegati come piccoli tronchi rosicchiati dalle cavie. Bianchiccie, con la codina lunga e rosea. Li vedete i topini che banchettano con le vostre viscere… carini, no? Insomma, chi ve lo fa fare. Uccidiamo la gente e viviamo tutti felici e contenti. Free pulsioni! Free violenza! Abbasso il controllo! Abbasso il rispetto…

E se un giorno dovesse capitarci di guardare indietro e renderci conto che ci siamo foderati le scarpe con gl’intestini di qualcun altro, che la nostra abat-jour illumina una interessante scultura post-moderna terribilmente somigliante nella forma e nell’odore ad un cervello e ad un cuore umani? Troppo tardi per rinsaldarli insieme… troppo tardi anche perché quando meno ce ne accorgiamo sarà qualcun altro ad aver confezionato delle graziose pattine per il parquet con la nostra pelle.  Beh se, comunque vada, dovesse capitarci di guardare indietro e renderci conto di tutto, cerchiamo di non essere troppo duri con noi stessi. Il rispetto è elitario. E anche se su sei miliardi di persone sulla terra, sei miliardi tondi tondi di esse fossero state rispettate sarebbe rimasto sempre fuori il nostro gendarme di vimini. E  lui, credete a me… non lo rispetta nessuno.

E ora ripetete insieme a me… o tutti o nessuno

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GIORNONUMEROOTTO. [8.] Pausa

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ottobre 4th, 2012 Posted 19:19

[8.] Pausa

Pausa.
Menopausa.
Arresto.
Arresto cardiaco.
Morte.
STOP.

Il tutto cominciò come una piccola confessione. Un  *mi sono già sbattuta il cazzo di questo programma… non faccio quasi nulla tutto il giorno eppure non ho la minima inventiva…blablabla non si può scrivere a comando* e altre cazzatine varie, ma poi ha preso il via e non si ferma più.

Dopo l’amore c’è la pausa sigaretta.
Prima dell’amore c’è la pausa preliminari.
Dopo una litigata c’è la pausa di riflessione.
Dopo la riflessione c’è la pausa bidone.

La pausa è quella musicale, la pausa è quella scritta nello spartito, quella che fa singhiozzare gli strumenti, quella che conferisce importanza, interesse e pathos alle parole, quella che lascia con il fiato sospeso, quella da ringraziare e quella da maledire, quella che fa rizzare i capelli in testa e quella che trapassa il cuore.

La pausa è quella tra un battito e l’altro.
La pausa lunga e la pausa breve.
La pausa lunghissima. Troppo lunga.
La pausa che fa smettere di battere il cuore. Quella tra le parole, anche se non ce ne accorgiamo. La pausa tra un sogno e l’altro. La pausa tra i sospiri.
Inspira. Pausa. Espira.
Pausa di fumo.
Pausa del verdetto.
Pausa prima di tirare la corde, prima di abbassare l’accetta.
Pausa delle ultime parole del condannato.
Pausa tra una confessione e l’altra.
Pausa di lacrime.
Pausa affannata tra i baci e tra i sussurri.
Pausa delle radiazioni.
Pausa del giorno e della notte.

Pausa che rende le cose uguali a sempre. Pausa che cambia le cose.
Newt ama le pause. Ama le differenze. Ama il nuovo e ne conosce le sfumature. Ama ciò che è imprevisto. Ama studiarlo, farlo suo e renderlo, inconsciamente routine. Ama i singulti delle musiche anni ’60, gli attimi che intercorrono tra la pizzicata di una corda e un’altra. Ama gli attimi di silenzio che spezzano a metà il frastuono e i cambiamenti sorprendenti e rumorosi che arrestano il silenzio. Newt è un salto. Una mina che esplode. Qualcosa che rompe le righe e le lascia in disordine, qualcosa di completamente diverso…Newt è una pausa. Una pausa breve, istantanea.

Amanda ama tutto ciò che è costante. Tutto ciò che scorre lento e sempre uguale a se stesso. Ama la sicurezza del movimento sempre uguale. Ama le ripetizioni, ama i flussi di coscienza. Amanda adora lo scorrere coerente dei fiumi di pianura. Ama il verde omogeneo dei prati in primavera. Ama la sua casa sempre in ordine. Ama la vita fatta di singoli gesti tutti uguali. Ama ciò che è fisso e che non cambia mai. Ama il ritmo lento e fedele di una vita senza scossoni. Di una vita che non cambia mai. Amanda è una nota lunga. Vellutata e armonica.

Newt e Amanda. Due universi completamente opposti. Due sfere distanti legate tra loro da un filo sottile.
Due dischi di vinile con la stessa canzone. Due melodie che differiscono di un unico particolare e che ognuna di loro ha interiorizzato a suo modo.
Un disco è intatto, la musica scorre intatta e armonica sino alla fine.
L’altro all’improvviso si interrompe. Si interrompe e poi ricomincia. Senza il minimo preavviso.
E se questi due dischi venissero scambiati?
Ciò che è continuo è costretto a fare i conti con le pause, con i cambiamenti repentini.
Ciò che è saltuario e fuggevole è costretto a fare i conti con la coerenza e la solidità.

Prossimamente sui vostri schermi!

"Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo..."

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Scemo chi [NON] legge. [3.] Un po’ di me non guasta mai. *^*

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ottobre 3rd, 2012 Posted 22:03

Salve a tutti…  *chiedo venia per il ritardo Milord, ma ho avuto parecchio da fare in quest’ultimo periodo! Ahem… come dire, non le sembra un po’ esagerata la frusta? No?!?*

Dicevo, salve a tutti e benvenuti a questa terza puntata. Sì, lo ammetto  *Abbassi la mano Milady, è chiaro che questo post parla di me… no, non ha vinto nessun chupa-chups alle arachidi cinesi.* Lo ammetto, questo è un post di auto-spam…

*Piccolo promemoria per i neofiti del genere: con il termine tecnico auto-spam, si intende la Tremendamente, Spudoratamente, Vergognosamente Efferata Pubblicizzazione della propria opera e/o delle proprie opere.

Ok, ok, sarò franca… non pubblicizzo le mie storie perchè sono extrafigherrime, bensì perchè se le cagano in pochi.
CORREZIONE: Non è vero… in realtà vi prendevo per il culo. Insomma, qualche tempo fa ho ricevuto un consiglio veramente galvanizzante, che può sembrare scontato e che invece molti pseudo-scrittori ignorano o [peggio] fingono di non conoscere. Il consiglio è il seguente: scrivere per sè, per far parlare il proprio io, le proprie corde più profonde… i commenti dei lettori sono un bonus, non qualcosa di indispensabile per continuare!

Perciò posso affermare che pubblicizzerò aquì le mie storie, semplicemente per servirmi del MIO blog per farmi un pochinino di pubblicità… senza nulla a pretendere, ovviamente. Starà a voi decidere se varrà la pena di continuare o meno. Ecco a voi la lista:

1. Ecco a voi  *rinfili i pon-pon in naftalina Milord, se non le dispiace… grrrraaaaazie!* la mia prima Long [termine con cui si indica una produzione lunga, con più capitoli] a cui sono moooooolto affezionata e che tratta di una coppia gay. In realtà dire che parla della relazione complicata tra Shaun e Cory sarebbe minimizzare… parla di loro ma parla del loro mondo, parla di sesso visto da mille punti di vista diversi. Senza contare che tutta la storia è vista da un punto di vista emotivo/pessimistico/mezzo-dark… non spietatamento mieloso e romantico. *^* A chi dovesse interessare il genere, corra a guardare qui [http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1251209&i=1]. Il titolo della storia è “Lucky Strikes”.

2. Storia numero DDDUE. Questa è, invece, una piccola OS [One-Shot, termine con cui si indica una storia breve, composta di un solo capitolo con più di 500 caratteri]. Dicevo, una piccola OS sulla  discriminazione e la violenza contro le donne. Niente di palloso, è la breve storia di Anna, che deve combattere e uccidere per salvarsi la pelle. Combattere contro un odio che ha radici nel veleno più acido e atroce. Per chi fosse interessatooooo…. aquì [http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1281409&i=1]. Il titolo della storia è, semplicemente “Bang”.

3. E passiamo alla storia nnnnumero treeee!  *ufff…sbufff. Che fatica. Mi passi l’acqua, Milord… e si tolga quei pantaloni attillati. Insomma, un po’ di decenza. [sbava]* Un’altra long  [blablabla...lunga...blabla...capitoli...] a cui tengo con tutta l’anima. Narra di quattro “anime”, quattro persone che si cercano, di equilibri fragilissimi, di creature complementari che non potrebbero vivere l’una senza l’altra. Niente romanticismo mieloso  *e brava Madame… mi fa venire le carie, sì, lo aborro… quasi sempre almeno*, solo storie il più crude possibile. Eccola qua, ve la consiglio vivamente, e non solo per falsa modestia [http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1289788&i=1]. Il titolo è “Mercy Street”. L’ispirazione viene da una canzone *atrocemente splendida* di Peter Gabriel… vi consiglio di ascoltarla [insieme a "Here comes the flood"] durante la lettura… se mai la farete!! :D

4. Infine, siamo [per ora], in dirittura d’arrivo… ecco l’ultima arrivata in data odierna: un’altra OS che tratta di oppressione e desiderio di libertà, assuefazione e speranza. Sì, lo ammetto, temi trattati, barbosi e bisunti… ma qui è diverso. Volete scoprirlo?? A voi [http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1294133&i=1]. Il titolo è “Cancello numero 4″.

Come dire, me la canto e me la suono. A volte capita. E a volte serve. :) Vi consiglio di leggerle, anche solo per capire dove sbaglio, cosa potrei correggere etc.
Vi ringrazio in anticipo e aggiungo  *a chi lo aggiungo che qui non c’è nessuno che legge, ma io lo aggiungo lo stesso. Oh, no, non pianga Milord… scherzavo, certo che lo so che lei mi legge sempre. Gliene sarò eternamente grata. E si levi quei pantaloni, dannazione… vorrei essere lucida mentre scrivo. Graaaazie.* Dicevo, aggiungo che sono in ritardo di un giorno con le care Parole… domani recupererò, postando quella di oggi e quella di domani. Chiedo scusa ma la parola di oggi (che coincide con la OS n. 4 della suddetta lista) mi ha portato via più tempo del previsto. :)

Con grande affetto

Rory
Melassa a tutti e cià. <3

"Ogni anno muore uno scrittore depresso. Leggete queste storie, salvate una vita." <3

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GIORNONUMEROSETTE. [7.] Speranza

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ottobre 3rd, 2012 Posted 17:35

[7.] Speranza

Ore 24:00 giorno N. 3.473

“Ehi, ehi… guardami.”
“…”
“Apri gli occhi. Non ti devi addormentare, mi capisci? Non chiudere gli occhi!”
“…”
“allora, ascoltami! La senti la mia voce? Mi avvicino, la senti? Non posso avvicinarmi più di così! Devi fare uno sforzo!
“…”
“Un altro. Un altro che arriva e se ne va. Non tutti sono forti abbastanza.”
“…”
“…”
Ore 03:00 giorno N. 3.474

“…dove… dove?”
“Sono qui! Sono quaggiù, mi vedi? Riesci a sentirmi? Sono al di là delle sbarre!”
“dove…?”
“oh, grazie a Dio sei vivo! Grazie… grazie grazie grazie…”
“io non…non riesco a… Dove sei?”
“sono di fronte a te… ce la fai? Riesci a sollevare la testa?”
“Sei nel corridoio? Come hai fatto a…”
“no. No, non sono fuori. Sono nella cella di fronte alla tua. Riesci a vedermi ora?”
“sì…”
“come stai? Oddio, ancora non riesco a crederci! Eri… insomma, eri morto! Sei rimasto lì steso per ore. Per giorni, forse.”
“io…”
“hai fame?”
“hm. Un po’.”
“ho un po’ di terra qui… te la tiro, sei pronto?”
“cos… cosa?”
“terra. Terriccio, hai presente? E’ una prelibatezza di questi tempi. E soprattutto… è di contrabbando. Qui non se ne vede da anni. Da prima che mio padre fosse rinchiuso qui, prima di me. Allora, ne vuoi?”
“hm… no, no grazie.”
“devi mangiare un po’, lo sai, vero?”
“non… non voglio la tua st-stupida terra. Voglio del pane… voglio un po’ d’acqua!”
“già. Già. Ti capisco, sai? Anche io quando sono arrivato ho fatto fatica ad ambientarmi. Penso che sia un po’ lo stesso per tutti.”
“dove diavolo so-sono?”
“bella domanda, amico. Bella domanda davvero. Nessuno lo sa.”
“Che vuol dire *nessuno lo sa*? Come ci sei finito qui dentro? Dove sono gli altri?
“…”
“Perchè ci sono degli altri, vero?”
“mai visti… a parte mio padre. Ma dopo un paio di mesi non so più che fine abbia fatto neanche lui…”
“e non hai mai cercato di… di capirci qualcosa?”
“c’è la Voce che ci dice ogni cosa. Che ore sono, quali sono i test che dovremo sostenere nel corso della giornata…che serve di più? ”
“la Voce? Cos’è la Voce?”
“ahah… certo, sei sveglio, amico. La Voce è una voce. Una voce che ci parla e ci dice tutto quello che dobbiamo sapere.”
“e tu fai esattamente quello che ti dice ogni volta? Ti fidi di qualunque cosa?”
“beh, si…certi, sì.”
“e non… non ti manca la tua casa?”
“oh, beh… quella neanche me la ricordo…”
“…”
“che c’è? Ho detto qualcosa che non va?”
“Hm? Oh, no. No, no, certo.”
“bene.”
“senti…”
“dimmi.”
“non è che ce l’avresti un po’ di quella terra di cui parlavi? Sto morendo di fame…”

Ore 05:00  giorno N. 3.475

“dormi?”
“…no.”
“io…io non ci riesco.”
“già. A volte non ci riesco neanche io.”
“ti chiedi mai perché sei ancora vivo? Te lo chiedi?”
“no. Non ha senso.”
“perché non ha senso?”
“Perchè non mi interessa.”
“io non ti capisco. E’ tutto così strano.”
“strano perché?”
“Perché siamo tutti qui. Lo hai detto tu. Lo dice la Voce. Siamo tanti. Ma tu hai mai visto nessuno? Sono sempre tutti morti. O sono sempre tutti fuori, per le esercitazioni, per l’ora d’aria, per le medicazioni, per i trattamenti… ”
“parla piano!”
“tu sei l’unica persona che io abbia mai visto qui dentro.”
“che vuoi dire con questo? Cosa sei, un intellettuale? Un estremista? Un ribelle? Che ci vuole a smettere di farsi domande? E’ più facile, cazzo!”
“Smettere di fare domande. D’accordo, facile. Magari facile per te. Non per me… andiamo, come puoi fidarti di una Voce? La voce di una persona che non hai  mai visto!”
“Cos’è, non ti sta bene?”
“E’ stupido. Perchè invece non pensare? Pensare a come andartene. Riprenderti la tua vita.”
“Perchè dovrei?”
“Tu non ti ricordi… ma ci sarà qualcuno là fuori che si ricorda di te, no? Qualcuno che ti starà cercando…Qualcuno a cui di te magari frega qualcosa, o sbaglio?”
“…”
“Ok. Ok, scusa.”
“…”
“Ascolta. Se ci fosse anche la minima probabilità, la minima, la più piccola e insignificante probabilità di un mondo vero al di fuori di queste quattro pareti… che faresti?”
“ecco, io… io non lo so.”
“perché ci deve essere qualcosa. Ti hanno sempre detto che non c’è nulla. Che fuori da queste celle finisce il nostro mondo. Oltre la terra che fornivano loro, anni, secoli ancora prima che tu nascesti, forse… nessuno l’aveva più vista, era una leggenda. Così mi hai detto, giusto? Eppure tu ne hai un po’…”
“un pugno soltanto…”
“e che importa? E’ comunque la prova che da qualche parte queste celle finiscono. Lo capisci questo?”
“sì. Forse lo capisco. Ma poi? A che ci serve sapere tutto questo, se non a sperare in qualcosa che non accadrà mai?”
“amico… io me ne voglio andare di qua. Voglio fottutamente tornarmene a casa!”

Ore 20:00 giorno N. 3.476

“ci siamo quasi… lo senti? Lo senti?”
“sembra… sembra un fiume!”
“Oddio, non ci posso credere… ce l’abbiamo fatta.”
“…”
“cosa c’è?”
“è tutto così… così…”
“è bello, non è vero? E’ bello, cazzo! Io… non riesco ancora a crederci!”
“è impossibile…”
“perché, amico, perché? Sei sveglio, te lo posso assicurare… sei vivo! Abbracciami.”
“sì… sì, sono vivo! Siamo vivi, ma ci pensi? Stiamo per andarcene! Torniamo a casa!”
“e mia sorella… Dio, mia sorella! Te la immagini la sua faccia quando mi vedrà arrivare? Crepa stecchita. Dio, non la vedo da.., da quanto?”
“troppo tempo.”
“…”
“…”
“qualcosa non va?”
“hm?… no. No, è il braccio che mi fa un po’ male.”
“sanguini, infatti. Ce la fai?”
“sì, credo di sì.”
“hai freddo? Tieni, tieni la mia divisa. Mettila sulle spalle.”
“Ma tu…”
“io proseguo così, non ha importanza. Posso farcela!”
“e… il piede? Riesci a muoverlo ancora?”
“Dovevamo pur tenere la porta blindata aperta in qualche modo… Appena sarò a casa me lo farò rimettere a posto. Non importa. Non vale più della mano che hai perso forzare la serratura! Ne valeva la pena, no?”
“già…”
“allora… sei pronto?”
“…”
“io apro. Preparati all’aria pura. Te la ricordi ancora? Hm? Te la ricordi? Io no, fratello!”
“ho paura…”
“non essere stupido. Paura di cosa?”
“che sia solo un sogno… che sia solo immaginazione. E se fossimo impazziti?”
“Non lo siamo. Non lo siamo, fratello. Pronto?”
“pronto…”

Diario audio di rapporto della Professoressa Charming al Presidente.
ARGOMENTO: Tentativo di evasione dei carcerati N. 12 e N. 14
Giorno di prigionia N. 3.477
Ore 23:35

*Buongiorno. Parla la professoressa Charming. Volevo metterla al corrente di  importanti sviluppi. Da tempo la nostra organizzazione si occupa di testare le capacità e le emozioni umane in relazione a particolari avvenimenti o sollecitazioni. Dunque, le due cavie… pardon, i due detenuti provenivano da famiglie diverse. Ciononostante avevamo riscontrato nel ramo maschile della discendenza una abilità particolare. In seguito alle varie sperimentazioni psicologiche e fisiche, però, non avevamo ottenuto alcun tipo di riscontro positivo. Ieri, contro ogni nostra aspettativa, si è verificato un avvenimento curioso. Ritengo che potrebbe essere la svolta decisiva per le nostre ricerche.
I due detenuti, precisamente alle ore 17:04 minuti, hanno tentato di evadere dalla struttura controllata. Come di certo sospetterà non sono riusciti a sorpassare neanche due delle uscite principali. La loro fuga è confluita nella stanza bianca, con molta probabilità, depistata dai rumori simulati. Ciononostante i detenuti N. 12 e N. 14 hanno sopportato tre ore di marcia forzata, grazie alla quale hanno percorso una distanza di circa 15 chilometri all’interno della struttura, e rispettivamente la perdita di due dita e la frattura di un piede, sacrificati per bloccare i dispositivi di sicurezza. Nessun altro era mai riuscito in un impresa simile, signore, e ciò che ha spinto i due detenuti a sopportare sì grandi fatiche e dolori è la risposta. E’, secondo il mio parere e quello dei colleghi, ciò che ci permetterà di passare alla storia. Il nostro siero permetterà all’uomo di compiere qualsiasi impresa, di sopportare qualsiasi fatica. Vuol sapere qual è questa componente? La speranza… signore.*

“Lo stato dei detenuti dopo la cattura e consecutiva estrazione di *speranza* per gli esperimenti?”
“…vegetativo, signore…”


[Fine della comunicazione]

"Lo stato dei detenuti dopo la cattura e consecutiva estrazione di *speranza* per gli esperimenti?" "...vegetativo, signore..."

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GIORNONUMEROSEI. [6.] Ritardo

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ottobre 2nd, 2012 Posted 19:36

[6.] Ritardo

E’ una cosa congenita che non si può imparare.
E’ una dote di famiglia che si passa con i cromosomi.
E’ la fuggevole, magica, trapezistica, caustica capacità di NON saper rispettare un orario.

*Appuntamento alle 4 davanti scuola…*

Ore 11:00
L’appuntamento è così spaventosamente lontano che quasi fa ridere.
Ma sì, in questo arco di tempo spaventoso faccio in tempo a prendere una canoa, farmi la circumnavigazione del globo, salutare gli amici della riserva indiana, tornare a casa, dar da mangiare al cane e farmi anche uno spuntino… sai com’è, la fatica mette una fame a bestia!

Ore 12:00
Ancora due ore. Se mi accascio sul letto e metto la sveglia potrei:
1. dormire per 47 minuti e avere ancora liberi un ora e 13 minuti
2. utilizzare i 60 minuti per bazzicare su facebook, twitter, netlog, youtube, blog, vlog, salutare la zia peruviana su skype, fare la maratona di youporn, strizzare l’occhio a due pagine di un libro, mangiare una banana, preparare la cena, lucidare gli stivali di zio Napoleone, Ri-portare fuori il cane e approfittarne per fumare uno sproposito di sigarette.
3. fare la corsa del destino per far sì che la doccia, il lavaggio [assolutamente non necessario] di ulteriori parti corporee la cui esistenza mi è ancora oscura, l’impresa di rendere presentabile [almeno lontanamente] quell’accozzaglia di oggetti,  vestiti, polvere, peluches, fogli, penne e cianfrusaglie varie che è la mia stanza… sì, per far sì che tutto possa rientrare nei 13 minuti rimanenti.

Ore 13:00
Un’ora soltanto e il momento tanto atteso si avvicina a passi da gigante…
“Ahem… come dire. Forse dovresti…ecco, magari dovresti cominciare a vestirti.”
“Hm?”
“No, dico… magari dovresti cominciare a vestirti…”
“Chi?”
“chi… bene. Senti, ma la borsa…”
“La borsa…”
“No, dico… la borsa ce l’hai pronta? Gli occhiali, le chiavi, il telefono… c’hai tutto?”
“sì sì… più o meno”
“come più o meno?”
“e vabbeh! Mi manca da metterci [aggiungere il nome di un oggetto a caso... per rendere più credibile il tutto, magari, utilizzare un oggetto compatibile con la capienza della borsa in questione. Niente materiali alieni, possibilmente.]… e poi ho fatto.”
“e perchè non ce lo metti subito?”
“e vabbeh, ma c’ho tempo. Manca un’ora!”
“guarda che poi ti scordi…”
“senti, me lo fai un favore?”
“dimmi…”
“ti levi dai coglioni?”
“sono la tua coscienza, non sono tua madre! Porta rispetto!”
“se vabbeh…”
“eh, se vabbeh sì. Sennò lo sai che facciamo? Lo sai? Me ne vado. Fai da solo, va’! Voglio proprio vedere che fai!”
“E vattene, va’. Ci vediamo dopo…”
“Non lo so…”
“…”

Ore 14:00
E fu così che la doccia era fredda. Perciò niente doccia, perciò capelli sparati alla “merlo nano in crisi esistenziale”. Come se ti fossi appena tirato su dal cuscino senza neanche la compiacenza di darti una rastrellata al cuoio capelluto.
E fu così che i vestiti erano tutti per lavare. Perciò niente scelta di vestiti fighi, perciò pantaloni della tuta con camicetta di pizzo con ballerine nere, con borsa hawaiana in micropolietilene. Cioè… non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro!
E fu così che non si trovarono le chiavi.
E fu così la camera la lasciasti in disordine.
E fu così che il cane restò senza pisciare.
E fu così che scordasti il telefono a casa.
Le notifiche su facebook però, le guardasti tutte!

"Sappilo, torno solo per amore della pace... e perchè sei un cazzo di incapace!"

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GIORNONUMEROCINQUE. [5.] Desiderio

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settembre 30th, 2012 Posted 16:44

[5.] Desiderio

*555 0666, Hell dialing…*

Prima ce n’era di più.
Prima era diverso.

Prima bastava sfiorarsi con lo sguardo.
Prima bastava una caviglia scoperta.
Bastava un ballo. Un vestito vaporoso, un baciamano, un singolo fuggevole contatto.

Ora non si fa che abbracciare, toccare, provocare.
Per provocare non basta più lo sguardo, siamo diventati troppo deboli, troppo stupidi, troppo insignificanti. Insignificanti per le cose che diciamo, per le cose che facciamo, per le cose che non pensiamo. Migliaia di teste piene di batuffoli di cotone colorati di grigio. Migliaia di teste completamente vuote persino per vedere. Per sentire, per provare qualsiasi cosa che vada al di fuori dello sballo.

Io desidero.
Io desidero fuggire, chiudermi fuori dalla calca di scelte stupide. Fuori dalla ressa soffocante di non-scelte. Fuori dalle pagine bianche dei quaderni, dai cervelli in fumo, dalle scatole di bambole con spazzole di legno, dagli specchi rotti, fuori da me.
Tu desideri.
Tu desideri amare. Braccare la prima preda che sappia respirare e metterla alla prova. Sai amarmi? Sai toccarmi? Con quante parole sapresti uccidermi? Una. E allora sei tu. Sei tu l’ultimo pezzo del mio puzzle. Saresti disposta a trascinarmi, a cullarmi, a prendermi per mano, ad ascoltarmi, a sorreggermi, a travolgermi fino alla fine dei miei giorni?
Egli desidera.
Egli desidera morire. Farsi fuori, scomparire, estinguersi, svanire, evaporare, cancellare ogni traccia di sè. Gettare vomito e smacchiante, acido e acqua ossigenata, sputi e vernice sulle sue opere più belle. Lasciare che una valanga di sassi affilati vada a sommergere ogni passo, ogni orma che si è lasciato indietro.
Noi desideriamo.
Noi desideriamo esplodere. Prendere la nostra voce, afferrarla con le unghie, con centinaia di mani scarnificate dall’odio, ficcare le dita giù, giù nell’anima e strapparne via la voce. Strapparla dallo stomaco e ribaltarla fuori. Far esplodere un grido, un urlo straziante, come quello del rimorso di chi si fa vendetta da solo, di chi perde un figlio, di chi non l’ha mai avuto, di chi fa l’equilibrista su un lago di cadaveri, di chi va a benzina fatta di schiaffi e male parole, di chi il padre è morto e la madre è scivolata via per andare ad inseguirlo nei ricordi. Desideriamo esplodere, anche se non vogliamo. Desideriamo che il mondo torni al suo posto. Desideriamo esplodere in valori che non possediamo più, in parole che hanno perso ogni significato, in gesti diventati ridicoli. In mezzo alla strada, infiliamo le nostre unghie negli occhi per non vedere, perchè non vedere ci fa male, ma vedere ci fa peggio. Ci accechiamo per non urlare davvero.
Voi desiderate.
Voi desiderate tacere. Chiudete col filo spinato le vostre bocche. Nessuno vi sentirà mai. Nessuno guarderà mai più in profondità. Nessuno scoprirà mai che, forse, in profondità non c’è niente. Fumo di fabbrica, parole inutili, jingle televisivi, forchette senza denti, piatti vuoti, televisioni vecchio stile, firme, sorrisi di carta vetrata, nuvole scure, funghi atomici, eccitazione per i nomi dei morti in radio.
Essi desiderano.
Essi desiderano finirla qui. Essi desiderano darsi fuoco. Darsi fuoco per divertimento. Darsi fuoco per esperienza, per avventura. Darsi fuoco per finta protesta, per cancellare le tracce della corruzione, per cancellare l’insania delle risate soffocate, dei registri pieni di firme, di strumenti mai imparati a suonare, dei no veri, dei sì falsi, del sangue slavato, della rabbia contro qualcuno. L’a rabbia dei capelli rasati, delle righe sul pigiama, del nome che diventa un numero, dell’avercelo fatto diventare, di essere prigionieri, di essere carcerieri e boia, di lasciare calare la scure su colli sottili, su colli tozzi e flaccidi fatti di lardo e plastica. Desiderano finirla qui per lo schifo degli occhi infossati, degli occhi spenti, delle labbra screpolate, delle luci accese, dei cadaveri nel fiume, degli orecchini in pelle umana, della differenza che rende uguali, dell’uguaglianza che rende diversi, delle segreterie telefoniche.

*Your call is dead.*

Io, tu, egli, noi, voi, essi... a volte desideriamo soltanto desiderare, per non affaticarci troppo, per non spostare i piedi dalla sicurezza... ed è proprio allora che cadiamo giù."

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GIORNONUMEROQUATTRO. [4.] Malinconia

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settembre 29th, 2012 Posted 22:33

[4.] Malinconia

Arriva l’inverno e galoppa la malinconia dell’estate.
Delle cose fatte, delle promesse e delle sconfitte. Del tempo perso, degli occhi infranti a guardare qualcosa che non si può avere, dei cuori gonfi di canzoni troppo tristi, canzoni che parlano troppo di noi.

*…e non avrò paura, se non sarò bella come vuoi tu….*

Si guardano i successi degli altri, si ama il vento, si pensa al futuro, si immagina qualcosa che non accadrà se non ci facciamo il culo, si sta le ore a fissare la stessa pagina di un libro, si fuma sul balcone, gin e acqua di colonia, coperta e pop-corn, acqua della doccia e ore passate con la testa ficcata nella vestaglia ad ascoltare canzoni anni ’60.
Cioccolata calda per intingere i pensieri, pioggia di confetti e temporali, enormi conigli rosa che ballano sulle strisce pedonali e spogliarelli di uomini in divisa.
E andare via. In macchina. Con la grandine che picchia sullo sguardo, perso nelle luci dei lampioni dell’autostrada.  *and I ride…and I ride…*

Voglio un abbraccio.
Voglio un bacio.
Voglio un po’ di vento sull’erba.
Affondare il naso e le mani in capelli e profumo non miei.
Voglio un po’ d’affetto.

"Voglio te adesso. Non fare le valigie, non uscirtene nel fiume di parole... resta nella mia mente. Si sta al caldo lì, si sta insieme."

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Scemo chi [NON] legge. [2.] HopeGiugiamente

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settembre 28th, 2012 Posted 13:23

Ed eccoci di nuovo qui  *benvenuti Madames e Messieurs… prego prendete posto. Senza spingere, c’è posto per tutti!* ad un’altra puntata di “Scemo chi [NON] legge!”…

Oggi vi presento HopeGiugy [potete trovarla con questo nome sul sito EFP per scrittori e fanwriters emergenti], che si è aggiudicata la medaglia d’oro al contest per storie nonsense “Io dico NonSense, voi dite…?”. Il titolo dell’opera è “Sogno”.

["Correva l'anno milleseicento e la casa patronale ottocentesca era ancora bella e luminosa come quando fu costruita nell'anno mille.
I suoi abitanti erano di varie fattezze, nessuno che somigliava all'altro, cosa dovuta, probabilmente, al fatto che nessuno di loro fosse imparentato. Ma questi sono dettagli, ripeteva l'unita famiglia, i dettagli lasciamoli alle labbra dei poeti o ai pennelli dei pittori."]

Così comincia la nostra storia, in una casa patronale ottocentesca, letteralmente anacronistica. La casa, costruita intorno ad un lago di lacrime, ospita una famiglia alquanto particolare, fatta di primogeniti, secondo, terzo e ultimogeniti che geneticamente, tra loro non hanno nulla a che fare. Ognuno con le paturnie e le domande tipiche della fascia d’età, ognuno di loro che vede il mondo intorno a sé e non riesce a capirlo… salvo, per fortuna, qualche piccola eccezione.
Una breve storia che vi trascinerà in un vortice di domande senza senso e senza risposta *come in fondo è la vita stessa*, con un cane parlante che fuma il sigaro, finestre sospese, un lieve profumo di folklore e una domanda:

“Che razza di nome è Coxinator?”

Mooolto bene. Qui un breve accenno di trama  *Lo so… lo so, Madame, è breve… era solo per dare un assaggio. Andiamo, avanti, non faccia così… se ne riparlerà. No… non, spacchi tutto. Ehm, sicurezza?*

Che stavo dicendo? Ah, sì… Let’s go reading!! <3

"«Quante sigarette fumi?» gli chiesero un giorno. «Quante posso» rispose con la sua voce roca."

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GIORNONUMEROTRE. [3.] Vita

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settembre 28th, 2012 Posted 12:52

[3.] Vita

Perchè facciamo le cazzate?
Perchè ci lasciamo agire?
Perchè è sempre così difficile fare la cosa giusta?
Perchè è così difficile scegliere?
Perchè?

Ognuno ha nella testa qualcosa.
Ognuno di noi è un muro.
Una volta capito che il muro è di solido, indistruttibile cemento, ci riesce più facile continuare a prenderlo a testate, sperando che crolli *cosa che non accadrà mai*, piuttosto che cambiare strada… piuttosto che guardarsi intorno e scoprire che lontano, magari tra chilometri e chilometri c’è una strettoia di filo spinato che ci consentirebbe di sorpassarlo.
Ci piace crogiolarci nel vittimismo, nel “tanto non ce la farò mai”, piuttosto che scegliere la strada più lunga, nascosta, inerpicata e dolorosa che *lo sappiamo*, ci porterà a quella sensazione strana, quel prurito all’altezza del petto (tra il polmone destro e quello sinistro), quel brivido caldo dietro la schiena, quella sensazione di onnipotenza che, solitamente, chi è privo di fantasia chiama semplicemente felicità.

E’ come fare il morto a galla, lasciarsi trasportare dalle onde.
Come scrivere virtuosismi privi di senso, come inciampare nei soliti luoghi comuni e nei soliti clichè.
Si aspetta sempre il colpo gobbo che cambi del tutto la nostra vita, azzeri i trascorsi e ci forzi a ricominciare da capo. Ma cambiare taglio di capelli non vuol dire vita nuova.

Andare contro corrente.
Andare contro corrente… che non vuol dire fare i finti alternativi, leggere romanzi e ascoltare musica di nicchia per fare i superiori, scrivere frasi pseudo-filosofiche per fingere di capire qualcosa di come va il mondo, quando in realtà, non si ha ancora la minima idea di dove cominciare con il proprio, di mondo.
Andare contro corrente non è blu quando va di moda il viola.
Non è la testa rasata quando vanno di moda i capelli lunghi.
Non è la maglietta senza reggiseno a cinquant’anni con le pere al vento.
Non è andare male a scuola.
Non è guidare la macchina.
Non è guidare ubriachi.
Non è predicare bene e razzolare male.

Andare contro corrente non è un dovere. Uscire dal coro non vuol dire nulla. Potrebbe anche solo essere un parere di chi con la massa non si trova ad andare d’accordo.
Ma andare contro corrente è diversificare. E’ fare quello che cazzo mi pare… quello che cazzo mi pare per stare bene. Per preservare. Andare contro corrente è avere rispetto di me.
E’ avere rispetto del mio corpo, esprimere le mie idee… esprimermi perchè è quello che voglio.
Andare contro corrente è responsabilità.

Andare contro corrente è guardarsi indietro ed essere soddisfatti di ogni attimo, di ogni scelta, persino di quella sbagliata.
Andare contro corrente è non avere pregiudizi, pensieri precotti.
Andare contro corrente è mente aperta. Non malleabile.
Andare contro corrente è chiedersi ogni giorno “perchè” di qualcosa. Chiedersi se poi esista davvero qualcosa di giusto e qualcosa di sbagliato.

Andare contro corrente è vivere. E non sopravvivere.

"Io ho scritto la mia filosofia: come vanno il mondo e gli uomini secondo me. Se vuoi seguila... tanto io faccio come cazzo mi pare."

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GIORNONUMERODUE. [2.] Vergogna

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settembre 27th, 2012 Posted 19:20

[2.] Vergogna

C’è chi ne prova troppa e chi non ne prova mai.
Le vie di mezzo fanno schifo a tutti perchè sono troppo difficili.

Vergogna, mio signore, vergogna. Non si deve avere paura.
Vergogna, vergognati della tua vita.
Vergognati perchè respiri.
Vergognati perchè sei arrabbiato. Sei così arrabbiato…
Vergognati perchè respiri ancora, perchè cammini, perchè nessuno ti nota, perchè non sei quello che vorresti e perchè non provi, non ci provi neanche a essere quello che vuoi.
Vergogna perchè non hai la fidanzata.
Vergogna perchè non fumi le canne, perchè non ti ubriachi, perchè non vomiti dal terrazzo, perchè non ti spappoli il cervello, vergognati perchè sei una persona banale, perchè non hai idee, perchè ti lasci trascinare, perchè sei malleabile come una pozza di fango, perchè non sai rispondere, perchè non sai rispondere di te stesso, perchè non ascolti e non ti ascolti, perchè non sai fare nulla, perchè il talento che ti dicevano di avere forse ce l’hai *sotto le suole*, perchè non sai chi sei, perchè non bestemmi Dio, perchè non credi, perchè Credi troppo, perchè leggi e perchè non leggi. Perchè non ti fai domande e perchè te ne fai troppe.

Io non mi vergogno perchè…
Perchè sono dannatamente bello.
Perchè cammino come se mi fossi cagato nei pantaloni.
Perchè ho vent’anni e tra altrettanti ne dimostrerò settanta.
Perchè l’ho fatto nel bagno del cinema.
Perchè mi sono fatto la maratona dell’alcool partendo dall’assenzio.
Perchè ho il porsche… e se non ce l’ho trucco il motore della mezzo sacco per farlo strombazzare come una ferrari con seri problemi alla marmitta.
Perchè dico mezzo sacco anzichè 500.
Perchè il mio dialetto non lo parla nessuno.
Perchè vado di moda.
Perchè porto i preservativi nel portafoglio… così se dovessi mai decidere di tirarli fuori mi si romperebbero anche solo a guardarli.
Perchè sono fottutamente alternativo.
Perchè puzzo di sudore.
Perchè generalmente duro più di 30 secondi.
Perchè tratto i miei capelli come fossero stoppa.
Perchè “abbasso il sistema”… ma il sistema, qual è? cos’é?
Perchè io e solo e sempre io.
Perchè, gli altri? Fanculo.
Perchè, i miei genitori? Vecchiume.
Perchè, i miei ideali?  Quali ideali? Birra, fumo e femmine, questo mi basta e mi avanza.
Perchè?

"Se saltare il ponte è così maledettamente difficile per te... rimani dall'altra parte e non cagare il cazzo."

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